mercoledì 26 febbraio 2014

Revolutionary Road


Revolutionary Road


Regia: Sam Mendes
Paese di produzione: Stati Uniti, Regno Unito   Anno: 2008        Durata: 119 min
Genere: drammatico
Soggetto: Richard Yates   Sceneggiatura: Justin Haythe
Produttore: Scott Rudin, Sam Mendes, John Hart, Bobby Cohen
Distribuzione (Italia): Universal Pictures
Fotografia: Roger Deakins   Montaggio: Tariq Anwar    Musiche: Thomas Newman     Scenografia: Kristi Zea
Interpreti e personaggi:     Leonardo DiCaprio: Frank Wheeler,   Kate Winslet: April Wheeler,   Michael Shannon: John Givings,   Kathy Bates: Mrs. Helen Givings,   Kathryn Hahn: Milly Campbell,   Max Casella: Ed Small,   Zoe Kazan: Maureen Grube

Cosa sarebbe successo a Jack e Rose se il naufragio del Titanic avesse salvato entrambi?
Jack sarebbe diventato Frank Wheeler, un grigio impiegato di una anonima azienda americana e Rose sarebbe diventata April, sua moglie, una donna insoddisfatta e continuamente tesa a rincorrere un sogno da realizzare, un progetto da materializzare nella consapevolezza del proprio essere speciale.


Frank Wheeler vede di fronte a sè come spettatore di un dramma che non gli appartiene, il flash di un passato carico di aspettative e di sogni, iniziati in una notte luminosa in una festa di un qualunque angolo di una grande metropoli americana, nella quale due giovani si sono conosciuti, corteggiati e amati. Frank è in realtà di fronte alla disfatta di quel sogno perchè ha appena finito di essere spettatore di una rappresentazione teatrale nella quale la moglie si è cimentata e che ha forse segnato la fine di ogni ambizione della stessa (che avevamo sentito confessare al giovane Frank che avrebbe voluto fare l'attrice). I due sono ora una coppia di sposi non più giovanissimi e vivono in una realtà della provincia del Connecticut in una graziosa villetta nella via che dà il titolo al film.




Ecco già nei primi due minuti del film il succo vitale dello stesso. La fine di un sogno, la sua inesorabile frantumazione di fronte ad una realtà che ha consumato le aspirazioni e le aspettative di due giovani americani qualunque.
April delusa nel proprio camerino ha sullo specchio le foto in bianco e nero dei due figli della coppia; sono giusto due immagini in bianco e nero, piccole e marginali nel dramma egoistico dei due genitori. In effetti i figli rimarranno ai margini della vicenda di un uomo e una donna che vanno avviandosi verso una vera e propria esecuzione, come pare dal loro incedere nel corridoio tetramente vuoto della scuola in cui è andata in scena la sfortunata recita di April.


Ciò che avviene ai bordi di una anonima strada di campagna, illuminata dai lampioni e dai fari delle auto che passano, tra i due sposi, mette in chiaro su quali dinamiche si sia sviluppata la loro relazione: April delusa da una esistenza che ha frustrato le sue più profonde aspirazioni, sente di essere stata ingannata da un uomo in cui, forse sbagliando, ha visto una forza e un talento che probabilmente non aveva; Frank sente come un macigno questo perenne giudizio che pesa su di lui, tanto che non manca di punzecchiarla proprio su questa sua presunta inettitudine e medietà che agli occhi della moglie sono risultati altrettanti errori impossibili da correggere. L'una ingenua sognatrice e donna insoddisfatta, l'altro vacuo ed inetto omuncolo vittima delle sue stesse false ambizioni suggerite, ma mai volutamente coltivate. Insomma gli sposi di un equivoco e le vittime di una immaturità che li ha condannati allo spettro di una vita ideale che ha faticato ad intravedersi.



Su questo scontro partono i titoli di testa e quel titolo che richiama alla via dal nome tanto impegnativo, Strada della Rivoluzione, suggerisce proprio l'idea di un viale della buona borghesia americana che si vorrebbe rivoluzionario e dirompente ma che è altresì conformista e dimesso. Certo April e Frank hanno una energia e una forza vitale che fanno sentire loro l'insostenibile mediocrità di quella esistenza, grigia ed uguale a quella di milioni di altri americani, ma il problema non è l'aver intuito l'angusto spazio in cui vivono, il problema è la loro effettiva capacità di potersene liberare, la qualità di uomini qualunque che non permette loro di aspirare con chiarezza ad una nuova e precisa esistenza. Il cumulo delle loro speranze rimarrà vago e fumoso e solo April, alla fin fine vorrà veramente un cambiamento non trovando piena collaborazione nel marito, intento più ad inseguire i fantasmi del padre che a cercare nuove strade rivoluzionarie di esistenza.
Come diceva D'Annunzio ne Il piacere: L'ideale è rovina di molte relazioni...
Frank cammina riflesso nell'angusto spazio di uno specchietto retrovisore sotto gli occhi indagatori e delusi della moglie. Di nuovo, dei figli nemmeno l'ombra. 


Quello messo in scena non è il dramma di una famiglia americana, ma la tragedia di due esistenze male assortite. Frank è uno dei tanti dell'esercito in marcia dei lavoratori piccolo borghesi, con le loro uniformi tutte uguali fatte di giacche, cravatte e cappelli, e il suo camminare un po' obliquo ed incerto, sottolinea la sua frustrazione di far parte, senza in nulla emergere, di quella massa in movimento.




April ha un proprio film da rivedere: la prima volta che le è stata presentata la nuova casa in Revolutionary Road e l'incanto e la meraviglia che ha provato vedendola nel suo ergersi in un luogo da favola, luminosa e spaziosa come solo le grandi case della bella bella borghesia americana sanno esserlo. April riguarda a quel sogno dopo aver trascinato con fatica i bidoni della spazzatura; trascina sulla strada lo sporco di una esistenza tutt'altro che immaginifica. Ora volge le spalle a quella casa in passato così carica di aspettative: è l'immagine della sconfitta.




La vicina di casa Helen, la signora Givings (colei che ha convinto la coppia a comprare la casa) irrompe nella storia. Mentre Frank consuma il tradimento (nel giorno del suo trentesimo compleanno), April accetta di incontrare il figlio di Helen, giovane con problemi psichici, che la madre presenta come un uomo che ha molto viaggiato e studiato (dottorato in matematica), insomma come un intellettuale. E' ciò che April avrebbe sperato di trovare in Frank e che non ha trovato. John sarà l'anima nera della coppia che materializzerà le componenti oscure della loro relazione. E' il Frank desiderato da April, ma deforme ed instabile, figura da incubo e minacciosa per l'equilibrio già precario della coppia. Ma John è anche colui che offre uno spiraglio, è colui che chiarisce alla coppia che la loro capacità di guardare in faccia la vuota disperazione puo' diventare una preziosa risorsa per la loro ansia di rinnovamento. Helen confessa ad April di aver visto in lei e nel marito una coppia diversa da tutte le altre, una coppia speciale e tale constatazione non può che incupire ancora di più la povera April.


Frank confessa (non pienamente in sè grazie ai fumi dell'alcol), alla sua nuova amante collega di lavoro, che quel suo lavoro alla Knox è una sorta di sconfitta personale in quanto era lo stesso lavoro del padre che lui da ragazzino certo non desiderava seguire.
April si sofferma su una foto giovanile di Frank di fronte alla torre Eiffell. Parigi diventa la chimera, l'oggetto vivo del sogno, il luogo altrove in cui realizzare tutte le aspettative; frank confessa, in un flashback, ad April che a Parigi le persone sono vive, non come nel luogo in cui vivono loro e lui vuole vivere, vuole sentire la vita; April confessa di vedere in lui l'uomo più interessante che ha conosciuto e, fondamentalmente, ammette a se stessa di amarlo in quanto incarnazione di una aspirazione di vita diversa a cui lei stessa sente di essere attratta. Lei ama lui più per ciò che vi proietta (ha amato letteralmente una immagine, ora in bianco e nero, che lei si è mentalmente fatta di lui) che per ciò che vede realmente e proprio questo equivoco sarà alla base del fallimento del loro matrimonio.



La parentesi di felicità che April prova a riaprire (e che si apre con la festa di compleanno a sorpresa per Frank) va proprio nella direzione di ridare fiato a quel sogno, di riprovare ad intraprendere quel cammino che dovrebbe condurli lontano dal sogno americano, ormai chiaramente smascherato come fasullo. Loro erano speciali, dice April, e se non vogliono sprecare la loro esistenza questa è l'ultima occasione che si possono concedere. April ricarica il marito per prepararlo alla grande impresa di cui, fondamentalmente, non è molto convinto. I figli? Pure comparse mascherate come bambolotti da condurre al proprio fianco (la loro prima comparsa in carne ed ossa li vede adornati da cappelli in stile natalizio).



Se c'è qualche vocazione in te, chiede Jack un collega a Frank che ha appena comunicato l'intenzione di lasciare gli Stati Uniti, perchè non puoi dimostrarla qui piuttosto che altrove? Domanda banale ma fondamentale. Frank la elude attribuendo la colpa del suo apparente anonimato al luogo di lavoro (l'azienda Knox per cui lavora) e non ai limiti della propria effettiva volontà di cambiamento.
Ma Frank si sente forte ed è fermo, letteralmente risoluto, mentre intorno a lui l'umanità prosegue nel suo inesorabile tran tran quotidiano...



Finalmente i Wheeler sono famiglia; radunati intorno ad un mappamondo nel letto di uno dei figli, si parlano e sognano collettivamente. April è madre perché in pace con se stessa e pronta a placare il proprio disagio interiore realizzando la chimera dietro cui ha vagato da anni.



Ecco comparire un nuovo personaggio. E' Shep, il vicino di casa dei Wheeler; Shep guarda con intensità la casa dei Wheeler e con passione April. Per lui il luogo e la situazione dei Wheeler sono il sogno (April si presenta a lui più sensuale e seducente che mai). Cambiando prospettiva l'inferno dei Wheeler è agognato paradiso per altri. Lo stupore di lui e della moglie alla notizia della loro partenza è dunque genuino; cosa veramente vanno cercando i coniugi Wheeler?




April insiste: Non vogliamo che la vita ci passi accanto...(come se quella che sta conducendo non fosse vita...).
Per Frank l'Europa è il luogo della verità, della vita, quella vita che torna a sgorgare come linfa e i due coniugi si lasciano andare ad un rapporto sessuale impetuoso, tra la mobilia della cucina, che si chiude con una misteriosa implorazione di April che sussurra più volte un "no" nell'orecchio di Frank.
Con un lento movimento di macchina ecco entrare nella storia John, il lato oscuro di Frank, la variabile impazzita, la scheggia nelle carni dei due sposini. 


John ha un abito scuro, Frank è in chiaro. L'uno è di fronte all'altro, quasi fossero l'immagine speculare l'uno dell'altro, due facce della stessa medaglia. John interroga Frank e gli pone quelle domande che Frank forse non vorrebbe sentirsi porre, lo psicanalizza e lo mette a nudo. Ma Frank concorda con tutto quello che dice John proprio perché ha ora la prospettiva di riporre in un angolo quelle ombre di cui il "matto" gli sta parlando.



Nel bosco: Noi scappiamo dal vuoto disperato di questa vita qui, dice Frank con una punta di orgoglio. Ma John, con un rigore quasi kierkegardiano risponde: Ci vuole un gran coraggio per vedere la disperazione.
Ed April conferma: E' la prima persona che sembra capire di che cosa parliamo. Ella è disposta a passare per pazza pur di vivere la vita in tutta la sua pienezza. L'amore per Frank è al massimo.
Ma una nuova ombra si addensa sul sogno ed è il materializzarsi del ricordo paterno, un ingombro mai completamente rimosso. La proposta di lavoro offerta a frank viene posta, dallo scaltro manager della Knox, proprio come una occasione per rendere omaggio alla memoria del padre e Frank va in crisi. L'amante collega poi rincara la dose confidando a Frank la sua convinzione che se questi accettasse la promozione suo padre ne sarebbe molto fiero.



Sapere cosa hai... Sapere cosa ti serve... Sapere di che cosa puoi fare a meno. Sono gli slogan pubblicitari attorno a cui sta lavorando Frank, ma sono domande esistenziali che egli pone prima di tutto a se stesso.
April, infuriandosi con la figlia che le elenca ciò che vuole portare con sè in Europa, dice una involontaria ma elementare verità: "Le cose grandi sono difficili da imballare"
E grandi ostacoli si frappongono al sogno: April è incinta e Frank è tentato dall'offerta di lavoro. Frank discute con la moglie e la invita più volte ad usare la ragione (è la sua parte conscia che parla ma l'oscuro inconscio di John tornerà a tormentarlo); April sembra ammettere che le precedenti gravidanze siano state quasi incidentali e conferma, volendo procedere ad un aborto, la sua irrisolta immaturità che la conduce continuamente a fare i conti con i propri ingombranti sogni di vita.



La rivoluzione che la strada evoca diventa sempre più difficile da attuare, sconfitta, come dice sarcasticamente Jack collega di Frank, da un contraccettivo difettoso.
La serata al ballo con gli amici di sempre, Milly e Shep, è la più pesante sconfitta per April ripiombata nella insopportabile mediocrità che tanto ha cercato di fuggire. Tra le fasulle luci verdi, rosse e blu dei neon del locale da ballo, April confessa la propria sconfitta a Shep ("Non siamo mai stati speciali", dice April, "non posso partire, non posso restare, non servo a nessuno") tra le cui braccia si lascia andare in un rapporto sessuale dal sapore autodistruttivo. Come autodistruttiva pare la confessione di Frank del proprio tradimento interrotto dall'arrivo di John e della sua famiglia.




Ed ecco che John procede a processare Frank e chiedere conto delle sue scelte. Come se la voce della coscienza sussurrasse nella mente di Frank, John si avvicina e sentenzia: Ha deciso che stava meglio qui, dopotutto, ha pensato che era più comodo qui nel vecchio vuoto disperato...e magari l'ha fatto apposta di mettere in cinta la sua mogliettina... L'indignazione di John è l'indignazione repressa di Frank che non ha il coraggio di dire a se stesso che quella mediocrità lo appaga, che lo slancio vitalistico della moglie non gli appartiene pienamente.



A questo punto la fredda razionalità di Frank viene meno, le difese si allentano e scatta la furia. Le parole di John hanno colto nel segno, dall'ombra dell'inconscio si sono materializzate mettendo in crisi la coscienza di frank che si è difesa con la rabbia e la violenza. April assiste muta sapendo che quelle parole contengono verità (lei è a fuoco mentre john conclude il suo attacco, poi la mdp sfuoca sul suo primo piano e mette a fuoco la figura di Frank che afferma: Sono felice solo di una cosa, di non essere quel bambino ...che April porta in pancia ndr.).






La crisi della coppia è ormai irreversibile e April con la fuga nel bosco prova a liberarsi dal fiume di parole con cui Frank la incalza e che sembra essere stata l'unica arma che lui abbia potuto usare con successo nella vita. April è rimasta incastrata da un cumulo di parole che lei giovane ha scambiato per una promessa di felicità. Quella promessa non è stata mantenuta e ora si presenta il conto. I movimenti della mdp si fanno convulsi come i sentimenti dei personaggi che vengono pedinati nella loro tragedia. La macchina a mano sostituisce i dolci movimenti col carrello o il dolly. I figli sono di nuovo entità ectoplasmatiche. Di nuovo il buio della notte avvolge la coppia come nel primo litigio o nella serata danzante con gli amici terminata con il tradimento di April. La serena compostezza delle stanze vuote illuminate dalla luce del mattino segna il preludio al finale mortuario del film. April ha raggiunto la serena consapevolezza di ciò che vuole fare ed è pronta a chiudere il tumulto di sentimenti che la rendono disperata. 






La apparente ritrovata armonia passa per una colazione serena in cui April finge di interessarsi delle questioni lavorative del marito, uscendo per un attimo dalle proprie egoistiche illusioni. Ma è un attimo che si conclude con un bacio che sa di addio, come di addio sa la telefonata all'amica Milly che sta tenendo i figli di April; quest'ultima le chiede di salutarli ma mai nomina i loro nomi (tantomeno al telefono usa la parola "figli") e, alla fin fine, non ha nemmeno la forza di lasciar detto che vuole loro bene. 


La deriva egoistica della protagonista è ormai al capitolo finale. Il tentativo di aborto avviene in uno spazio asettico, completamente privo di colori, bianco abbacinante e monocolore quasi che il vuoto interiore di April trovasse una forte corrispondenza proprio in questa assenza di colori (lei stessa è vestita praticamente di bianco). Il sangue rompe questo monocromatismo e diventa il colore della morte.




L'annuncio della morte di April induce Frank ad una disperata corsa tra gli alberi di Revolutionary Road, ma è una corsa senza una meta e senza una precisa direzione. Una lunga dissolvenza in nero ne segna il termine; Frank corre ora verso il nulla.
Il controfinale è tutto nelle parole di coloro che hanno conosciuto i Wheeler, parole che non aggiungono nulla, che non spiegano nulla (sappiamo e vediamo che Frank si dedica ai figli con rinnovata energia), parole su cui è doveroso sfumare seguendo idealmente il gesto del padre di John che di fronte allo sproloquiare della moglie abbassa discretamente il volume del proprio apparecchio acustico e si isola in un perfetto silenzio. Sui Wheeler e il loro sogno cala il silenzio di un composto oblio. La mediocre società americana della piccola ed ipocrita borghesia della Revolutionary Road ha avuto la meglio (in fondo Shep chiede alla moglie di non parlare più dei Wheeler e una nuova coppia di amici è pronta a fare salotto e pettegolezzo), Frank è ora uno di loro e il padre di John ha segnato la strada: il segreto per sopravvivere è non ascoltare, non ascoltare alcuna voce interiore o esterna e lasciarsi vivere nell'aura mediocritas delle quiete villette della provincia americana (dopo tutto le lunghe conversazioni tra i coniugi Wheeler non sono servite a nulla e allora tanto vale staccare l'audio di fronte all'ennesimo profluvio di parole). April, in qualche modo una donna troppo in anticipo sui tempi (lei sarebbe disposta a lavorare lasciando a casa il marito nulla facente) è la vera sconfitta, colei la cui disperazione ha cozzato contro un mondo ottuso ed insensibile alle sue grida di dolore.





mercoledì 19 febbraio 2014

La promessa

La promessa


Regia: Sean Penn
Cast: Jack Nicholson, Helen Mirren, Vanessa Redgrave, Harry Dean Stanton, Mickey Rourke, Sam Shepard, Benicio Del Toro, Aaron Eckhart, Patricia Clarkson, Robin Wright Penn, Tom Noonan
Distribuzione: Warner Bros.    Anno: 2001     Durata: 124'
Produzione: Clyde Is Hungry Productions, Franchise Pictures, Morgan Creek Productions, Pedge Productions Inc.
Sceneggiatura: Jerzy Kromolowski, Mary Olson-Kromolowski   Fotografia: Chris Menges   Scenografie: Bill Groom   Montaggio: Jay Cassidy   Musiche: Klaus Badelt, Hans Zimmer
Tratto dall'omonimo romanzo di Friedrich Dürrenmatt.

Quello che era un apologo sul dominio del caso nel mondo nel romanzo di Durrenmatt, vero e proprio anti-giallo e anti-poliziesco in cui le pedine della ragione tornavano ma il caso non si risolveva, nelle mani di Penn, che trasferisce l'azione dalla Svizzera contadina ed operosa degli anni Cinquanta, al Nevada polveroso e macilento degli anni Novanta, diventa un racconto di redenzione di un'anima che, per assurdo finisce per dannarsi ed essere inghiottita dalla follia. Il protagonista di Penn è vicino al momento del giudizio supremo e cerca una redenzione non sapendo che finirà in una valle di Giosafat completamente in mano agli uomini e non a Dio.
Il commissario Matthai diventa il detective Jerry Black interpretato da uno splendido e crepuscolare Jack Nicholson.
Jerry si prepara al giudizio di Dio e troverà quello degli uomini che lo condanneranno alla dannazione.
Corvi di morte su un uomo tormentato, Jerry Black, schiacciato da una ossessione che non riesce a sciogliere (immagine a plongeè, con angolazione dall'alto su di lui), su un paesaggio assolato e polveroso (il sole acceca il protagonista che chiude gli occhi non potendo sostenere la luce, la luce di un giudizio divino), l'esatto contrario di quello della scena seguente che si svolge nella abbacinante neve di un luogo solitario dove qualcuno, lo stesso Black, sta pescando un pesce (come pescare il colpevole ed attrarlo con una preda come farà il commissario).






Dettaglio di un orologio da polso, sono le 11, come se l'uomo fosse richiamato ad un appuntamento (richiamo realistico al ritorno alla realtà e richiamo metaforico al giudizio cui andrà incontro; ogni volta che Jerry si ritirerà nel mezzo della natura per pescare si toglierà l'orologio come se volesse uscire dal flusso inesorabile del tempo e immergersi in una sorta di dimensione sospesa di contatto solitario e profondo con una vita naturale che non ha i ritmi temporalizzati di quella umana. La sua decisione di non abbandonare definitivamente quella dimensione tiranneggiata dal tempo misurato dagli orologi sarà alla fine la causa della sua condanna terrena).
Siamo nel Nevada e il commissario sembra tornare al mondo, uscendo dalla galleria investito da una luce innaturale (di nuovo il motivo della luce che acceca della luce trascendente), come se si fosse nascosto tra le lande innevate per sfuggire a qualcosa che comunque lo attende. 


Dal suo ufficio, nel suo ultimo giorno di lavoro, vede un vecchio con le stampelle dalla sua finestra e vi proietta le angosce della sua imminente dismissione dal ruolo di poliziotto (in contrasto con le immagini della sua giovinezza che campeggiano nella stanza attraverso le foto appese alle pareti).





Una festa a sorpresa per il suo pensionamento attende Jerry con uno striscione che recita: Torna a pescare Jerry. Nel ballo Jerry è sfuocato mentre tutti gli altri personaggi sono a fuoco, per quanto non in primo piano. Jerry sta uscendo dalla storia per ritirarsi solitario ed estraneo al fluire della vita (gli altri continuano a danzare, ad essere in ballo letteralmente).
Il caso della bambina stuprata ed uccisa offre a Jerry l'opportunità di rimandare quel commiato a cui mancavano soltanto sei ore (nel romanzo la bambina, come nel film caratterizzata da una mantellina rossa in stile Cappuccetto Rosso, con tanto di panierino pieno di cibo, non era stata oggetto di stupro). Jerry si offre di comunicare la morte della figlia ai genitori che stanno lavorando in mezzo ad una miriade di tacchini in mezzo ai quali passa, lui si ora come un corvo portatore di sventura, tanto che la madre lo aggredisce; madre che poco prima aveva tra le mani un tacchino morto, un richiamo alla morte della figlia, e per Jerry quella è l'ennesima comunicazione di morte ad un familiare, l'ennesimo tacchino di cui certificare la morte. L'indifferenza degli animali è per metafora l'indifferenza di Jerry nei confronti del dramma singolo (la sua comunicazione è ripresa in un asfittico campo lungo), indifferenza e freddezza che nel romanzo è ammessa dallo stesso commissario nella stessa identica situazione.




E' una famiglia molto devota e la madre fa giurare il detective di fronte ad una croce (che sovrasta il volto dell'uomo) per aver salva l'anima, che riuscirà a prendere il colpevole. E' un giuramento solenne (molto più che in Durrenmatt) con una valenza religiosa molto forte (il padre non voleva che il poliziotto fumasse in casa loro a conferma di costumi rigidi e puritani di onesti ed integerrimi lavoratori, come del resto erano i contadini svizzeri di Durrenmatt). Il percorso di Jerry diventa quindi un percorso di redenzione e di epifania (apparizione e rivelazione della divinità) necessario per affrontare il giudizio finale di fronte a Dio e a se stesso. Jerry è chiamato in prima persona, la domanda è a lui, non alla polizia, il giurmaneto è suo, come uomo e non soltanto come rappresentante della giustizia. Jerry è insomma chiamato, forse da Dio, a dare un senso alla propria vita nella prospettiva di un imminente giudizio finale cui sarà sottoposta la sua anima. Intanto il poliziotto che ha accompagnato Jerry, fuma sull'altalena che era della bambina.



Seguendo i temi cari a Sean Penn, la vittima del pregiudizio, l'indiziato numero uno del delitto, diventa un indiano, per di più ritardato mentale (Benicio Del Toro), vittima per eccellenza nella cultura americana che sostituisce l'ambulante dei cantoni svizzeri di Durrenmatt. Un giovanotto testimonia di averlo visto fuggire dal luogo del delitto, un giovanotto che ritroveremo protagonista dei festeggiamenti del 4 luglio, perfetto americano di sani principi e "solidi pregiudizi".


Toby, questo il nome dell'indiano, si uccide dopo aver confessato l'omicidio di fronte ad un tenente che deve dimostrare la sua bravura, un arrivista insomma. Toby si spara rubando la pistola al poliziotto debole che si dondolava sull'altalena della bambina e un dente d'oro cade dall'intonaco del muro imbrattato del suo sangue.
Jerry, che sta per partire, è ora a fuoco al bar dell'aeroporto, mentre le sagome degli altri avventori sono sfuocate; sta pensando, e stanno per scattare le 11, l'ora in dettaglio dell'inizio, l'ora del giudizio. La fuga dal tempo degli uomini è rimandata e Jerry non sa ancora che lo sarà per sempre.



Rinuncia al viaggio ed arriva al paese innevato luogo dell'omicidio della bambina, una sorta di valle del giudizio; la sua anima lo tormenta e deve arrivare in fondo al caso (diverse inquadrature in plongee danno l'idea che Jerry si senta schiacciato dal peso di una responsabilità, quella della promessa fatta alla madre della vittima, che grava su di lui che ha rifiutato di appartarsi dal fluire della vita). Il primo negozio in cui entra è un bazar di articoli natalizi (con una dominanza del colore rosso che richiama al vestito della bambina uccisa) gestito da una strana signora che chiama un certo Oliver che però non compare; fin qui niente di strano, ma uscendo la campanella della porta suona (un richiamo beffardo del destino che l'uomo non può cogliere) ed attira Jerry, una sorta di suono trascendente una sorta di campana del giudizio che, alla luce di quanto accadrà nel finale, diventa uno snodo chiave del film. Jerry entra letteralmente in una sua personale valle del giudizio, una sua personale Giosafat e qui la sua anima si dannerà .



Jerry incontra quindi la nonna di Ginny (la bambina come Cappuccetto Rosso era andata dalla nonna, in questo caso per le sue lezioni di pianoforte) che confida e racconta al detective la fiaba preferita dalla nipote: è la fiaba L'angelo di Andersen (in Durrenmatt le fiabe della bambina erano quelle di Grimm). La morale finale della fiaba, raccontata dalla nonna,  conferma l'atmosfera mistica in cui siamo entrati avvicinandoci ai luoghi del delitto: Ogni volta che muore una bambina buona un angelo del Signore arriva subito dal cielo e la raccoglie con dolcezza tra le braccia poi apre le sue grandi ali bianche e vola con lei sopra tutti i posti che lei aveva amato durante la sua vita e allora la bambina raccoglie un grande mazzo di fiori e lo porta a Dio. 


Quindi incontra l'amica del cuore di Ginny che gli racconta di un gigante nero che regala porcospini e il cui disegno è appeso alla parete dell'aula scolastica. E' nel buio della scuola che Jerry trova il disegno che materializza l'uomo nero e l'auto nera, fantasma della psiche del detective che finalmente prende corpo (una torcia illumina il disegno immerso nell'oscurità).



A Sten, il nuovo tenente, Jerry dirà letteralmente che ha "sentito la chiamata all'imbarco, ma non ce l'ha fatta", imbarco in senso letterale e metaforico. L'imbarco finale lo condurrebbe di fronte ad un giudizio di cui ha paura e la salvezza dell'anima può passare da questa missione che si auto-impone ma che lo condurrà invece, inevitabilmente, in una valle del giudizio umana e non divina (un arcobaleno compare mentre è intento a pescare solitario nella sua barca). La sua ostinazione non è compresa dai colleghi che si lasciano scappare un emblematico: E' ridotto male...


Jerry Black compra un distributore nel cuore delle terre dove sono avvenuti tre omicidi di bambine in otto anni, è lì per un motivo, incastrare il colpevole ancora in circolazione. La visita alla psicologa diventa una sorta di incubo, che del resto i disegni di volti deformati appesi alle pareti dello studio in qualche modo preannunciano. Più che analizzare il disegno si arriva ad analizzare l'uomo che si sente incalzato da domande sempre più intime ed imbarazzanti (E' attivo sessualmente?). Quella visita si rivela un episodio umiliante (la dottoressa a più riprese mette in dubbio che da un disegno di una bambina si possano ricavare tracce e prove per arrivare ad un assassino), tappa necessaria in una sorta di percorso di purificazione dell'anima.  
E' il primo impietoso umano giudizio che riceve direttamente.




Alla televisione passa un programma di pesca che suggerisce che per una buona pesca le migliori esche sono quelle vive. E' un involontario suggerimento che di lì a poco Jerry prenderà alla lettera cercando una bambina da usare come esca per l'assassino. Ecco che casualmente questa bambina si materializza nella figlia della locandiera del bar che frequenta e casualmente questa stessa bambina riceve un porcospino di legno in omaggio e ciò conduce Jerry in una sperduta fattoria dove questi animaletti vengono prodotti. Siamo di nuovo all'interno di una famiglia molto religiosa, composta da una madre storpia e un figlio che, a sentire la donna, è molto devoto e predica spesso dal pulpito della chiesa locale. Jerry insomma, cui viene chiesto se crede, si trova di fronte ad un contesto sociale in cui scorrono, nemmeno troppo sotterraneamente, vene puritane e fortemente impregnate di una religiosità indiscutibile e ferma. Di nuovo casualmente la locandiera (Lory) e la bambina (Chrissy) capitano in casa sua dove si rifugiano per fuggire alla violenza dell'ex compagno della donna.




Lui legge Pollicina la notte di Natale che vede sbocciare l'amore con Lory. E' come una rinascita, una nuova primavera annunciata dall'arrivo degli uccelli e dallo sbocciare dei fiori nella sequenza immediatamente successiva a quella del bacio tra Jerry e Lory.


Jerry costruisce una altalena proprio di fronte allo store, nel mezzo della polvere proveniente dalla strada ma difende la scelta dicendo che la bambina è più sicura e sotto controllo in quel luogo. Nel romanzo questa situazione è con evidenza costruita ad arte dal detective che fa della bambina, scientemente, un'esca viva, qui la cosa è più sfumata. La festa del 4 luglio è un tripudio di colori e bandiere, ma tra la folla compare anche il grasso ragazzotto che aveva scoperto il cadavere della prima bambina nell'incipit della storia e per Jerry è come una visione improvvisa che riaccende i fantasmi del gigante che mangia i bambini, puntualmente evocato nel passaggio di un uomo con i trampoli nella sfilata e nella lettura di una fiaba che lui fa a Chrissy nel letto prima che lei si addormenti.




Il reverendo Jackson ha strani comportamenti con la bambina e Jerry lo vede fermarsi e parlare con lei. Questi le regala una croce e se ne va. Ciò è occasione per Jerry per parlare con la bambina e dirle che la Bibbia per alcuni è proprio come le fiabe che lui le racconta sui giganti, cioè non è vera, per altri lo è. Finché un giorno il reverendo non porta la bambina con sé. Jerry si butta all'inseguimento e alla fine trova una comunità riunita in preghiera attorno al proprio reverendo. In realtà Jerry vede l'incubo materializzarsi e la bambina uccisa dalla belva nuda del reverendo, ma è solo una allucinazione. La realtà della bianca ed immacolata comunità (i salvati del Giudizio Universale) si materializza di fronte a lui e il reverendo è solenne in piedi di fronte ad un disegno su cui campeggia una scritta: Oggi per sempre. Una nuova allusione al giudizio eterno ed insindacabile. 




Si torna ai ritmi distesi della fiaba con la bambina che gioca sull'altalena in una sequenza al rallentatore ripresa come in un sogno e Jerry che torna solitario sul lago a pescare, ma la minaccia è in agguato e una macchina nera sfiora la bambina di rosso vestita. Il mago è di nuovo comparso e, mentre la natura fa il suo corso, Jerry segue la bambina nella speranza di catturare l'omicida.


Nella trappola costruita dai vecchi colleghi di Jerry c'è insita una sfida nella sfida: non solo trovare questo omicida presunto ancora in circolazione ma rendere vera la figura del mago, renderla reale, concreta, viva in modo da dare un senso alla scelta di vita operata da Jerry. La campana del negozio torna a suonare, è l'ora del giudizio, ma sarà per Jerry un giudizio "umano, troppo umano"; il destino ha in serbo una amara sorpresa per lui.  


La sentenza del nuovo tenente, una volta fallita l'operazione di cattura del serial killer, a proposito del vecchio colpevole è: Jerry dovevate conoscerlo anni fa, ora è soltanto un ubriacone e un pagliaccio. Jerry è solo; vi è poi la sentenza della compagna Lory disgustata per il fatto che lui si è servito della bambina per le sue farneticazioni; intanto un corpo sta bruciando, nelle fiamme dell'inferno di un casuale incidente stradale che ha tolto di mezzo il serial killer  e ha condannato l'anima di Jerry alla dannazione (in fondo è proprio l'anima di quest'ultimo a bruciare tra quelle fiamme infernali con alcune dissolvenze che chiariscono la metafora congiungendo i primi piani di Jerry con quelli del cadavere incenerito).







E si torna all'inizio, Jerry è nel delirio, beve, ha ferite sul volto probabilmente autoinflitte è sulla china dell'autodistruzione, del lento incenerimento dell'anima che ritiene di non aver salvato. In Durrenmatt c'è un narratore che racconta la vicenda e riabilita la figura del detective a posteriori grazie ad un casuale incontro con la madre del serial killer morto in un incidente stradale. In Penn non vi è nemmeno questa consolazione, Jerry è lasciato pessimisticamente solo con se stesso ed irrimediabilmente escluso dal mondo perché considerato folle. Il giudizio umano lo ha distrutto quello divino non si è materializzato ed è rimasto nelle allucinazioni del protagonista. Il distributore è in abbandono ed una insegna di un omino sorridente che invita ad entrare nell'area di servizio chiude beffardamente il film mentre sullo sfondo Jerry si tormenta e si dilania per non essere riuscito a mantenere la promessa.



La dimensione in cui Penn situa il suo film è quella di un luogo di confine tra la civiltà rurale e provinciale di una America chiusa nelle sue abitudini religiose e una natura incontaminata ma fondamentalmente indifferente che fa da contorno alla deriva esistenziale del protagonista. Come avverrà in Into the wild, il confronto con la natura impone all'uomo un radicale ripensamento delle proprie coordinate esistenziali al punto che la fuga dalla civiltà condurrà inevitabilmente alla morte in un caso, alla follia nell'altro. In quest'ultimo caso è proprio la logica delle vicende umane che conduce a questo finale. E' una logica non-logica non razionale, frutto del caso e che manovra invisibilmente gli accadimenti umani. Il detective Black ne cade vittima proprio sul punto di abbandonarla per il meritato riposo (nel romanzo di Durrenmatt in realtà il protagonista rinunciava ad una promozione in Giordania).


Tant'è vero che agli occhi dei suoi ex colleghi, Jerry Black diventa una specie di Don Chisciotte che invece di scambiare mulini a vento per giganti, prende un predicatore di provincia per l'uomo nero...
Jerry Black è un uomo solo e solitario, sconfitto e fuori dalla storia; la sua battaglia è personale, non ci sono in ballo premi o promozioni e nemmeno il senso del dovere che non gli è più richiesto nella sua nuova condizione di pensionato; è una sfida a se stesso e al mondo; come il McCandless di Into the wild, questa sfida conduce l'uomo oltre la società, a contatto con la natura che assiste indifferente al tormento interiore degli uomini. Black è alla stessa ricerca del senso della vita che spinge McCandless ad abbandonare tutto e dirigersi verso le terre estreme dell'Alaska, un senso che non solo si cerca ma si vuol dare alla propria esistenza. 


Così l'indagine sulla morte della bambina diventa un percorso di catarsi che in realtà risulterà un percorso di dannazione (la morte fisica di McCandless è qui la follia funerea in Black, una morte dell'anima sottolineata dalla iniziale e finale presenza dei corvi). La sua solitudine, i due matrimoni falliti sono macigni da rimuovere con un'ultima impresa che riabiliti il detective ormai quasi fuori tempo massimo.


Ma le buone intenzioni non bastano, in quanto il mondo è in balia del caso e la razionalità non basta a governarlo (Questo perché Penn sostituisce alla morale pratica una morale metafisica in cui regna l’assurdo: il razionale non prevale affatto sul caos e chi fa affidamento sulla razionalità finisce per esserne la prima inconsapevole vittima. Dal momento della promessa l'investigazione diventa ossessione, angoscia perenne. Il poliziotto sente l'identificazione e la cattura del colpevole come un dovere morale, forse un riscatto alle tante occasioni della propria esistenza in cui si è mostrato inadeguato. Nell'inchiesta è lui ad essere in gioco, è la sua natura umana più che quella professionale. Indaga lentamente, pazientemente. Osserva, interroga e intuisce ma nulla è sufficiente di fronte al destino)*.



*Citazione tratta da Ondacinema